Monteraponi, il Montrachet del Chianti Classico

Articolo scritto per il salotto del vino.

Un’analogia etimologica suggestiona la visita a Monteraponi. L’analogia è con Montrachet, il monte rasato della Côte d’Or (da “Mont Rachaz”, monte calvo in quanto privo di vegetazione). Anche Monteraponi, che come Montrachet ha una storia antica, è un monte “rapato” sia di nome che di fatto: è brullo, perché sulla sommità il bosco di querce cede il terreno ad arbusti bassi e radi. Ma le analogie borgognone a proposito dell’azienda agricola di Monteraponi non finiscono qui.

Michele Braganti, alla guida dell’azienda, è un appassionato conoscitore della Borgogna e dalla Borgogna ha preso più di un’ispirazione come vedremo. Nel realizzare la sua impresa fra le altre cose hanno contato sicuramente il suo carattere caparbio e la disponibilità di un terroir particolarmente vocato. Oggi può contare anche sulla vicinanza di una donna energica come Alessandra Deiana, che lo affianca nella vita e nella professione. Alessandra ci ha guidato durante visita al borgo e alla cantina, il 20 aprile scorso, prima che Michele ci raggiungesse per la degustazione.

Si arriva a Monteraponi da una piccola deviazione sterrata della strada regionale di crinale, che collega Radda in Chianti con Castellina in Chianti; si tratta di un crinale roccioso e abbastanza aspro, che separa la valle dell’Arbia a Sud da quella della Pesa a nord. In prossimità di Monteraponi una vetta di 650 metri è il monte rapato che protegge il vigneto più importante, quello del Baron’Ugo, che giace proprio sul suo versante esposto a sud-est.

Più in basso, a 480 metri di quota, si trova il borgo medievale di Monteraponi, di cui la famiglia Braganti acquistò la parte centrale nel 1974 insieme a 200 ettari di terreno circostante. Dopo una ristrutturazione degli edifici, nel 1998 Michele ha iniziato la propria avventura di vigneron a Radda in Chianti, compiendo una scelta controcorrente rispetto alla tendenza del momento. Infatti, quando in Toscana si accoglievano a braccia aperte varietà internazionali e barrique, Michele mantiene le vigne esistenti con i vitigni toscani e utilizza la tecnologia che trova in azienda (vasche di cemento e botti) con un investimento contenuto.

Per qualche anno ha venduto le uve e solo nel 2003 ha esordito sul mercato, imbottigliando per la prima volta il frutto della sua vendemmia (annata caldissima per altro). Col tempo ha restaurato le vasche di cemento, e più tardi ha acquistato due tini troncoconici, sempre in cemento, a base ellittica, guarda caso dalla Borgogna. È in questi nuovi tini che vinifica i due cru: Campitello e Baron’Ugo.

La scelta del cemento è basata sulla sua capacità di far respirare il vino e la forma troncoconica a base ellittica garantisca il miglior movimento dell’uva all’interno. Michele controlla i processi enologici intervenendo il minimo necessario. Lascia che la fermentazione sia spontanea senza aggiunta di lieviti e senza controllo della temperatura. Opta per macerazioni lunghe, anche di 46 giorni, e rimontaggi frequenti. Per evitare il rischio di riduzione, nei primi giorni i rimontaggi avvengono all’aria. Anche la fermentazione malolattica è svolta in cemento, avviata semplicemente aumentando la temperatura in cantina.

I riferimenti alla Borgogna sono cospicui nella scelta della tecnologia: oltre ai tini, dalla Borgogna proviene anche la diraspatrice, scelta proprio perché è stata progettata per garantire l’integrità della buccia di acini così delicati come quelli del Pinot nero; inoltre dalla Borgogna provengono a partire dal 2011 persino le botti, che sono utilizzate per Campitello e Baron’Ugo. Sono botti ovali il cui rovere ha tessitura fittissima e tostatura delicata, che garantisce una maturazione lenta del sangiovese. Il vino resta nella stessa botte per il periodo necessario, lasciando che si pulisca naturalmente per sedimentazione sul fondo, senza uso di filtri. Un’ulteriore sosta in cemento permette di completare la sedimentazione e la pulizia del vino prima dell’imbottigliamento, eseguito autonomamente con aggiunta limitata di solforosa (siamo nell’ordine di 70-80 gr/hl, al di sotto dei limiti del biologico).

Tutte queste attenzioni servono a preservare la qualità di una materia prima selezionatissima: le rese di uva per ettaro sono infatti appena 40 quintali. Le vigne in produzione sono divise fra 3 appezzamenti per un totale di 10 ettari; un ulteriore vigneto di 2 ettari di solo sangiovese è ancora improduttivo. Le varietà coltivate oltre al sangiovese sono quelle che erano presenti da sempre: canaiolo, colorino, trebbiano e malvasia.

I vini principali sono 3 rossi a base di sangiovese. Le uve bianche vengono appassite per fare il Vin Santo, ma da qualche anno si progetta un trebbiano in purezza, che seguendo la consuetudine borgognona abbiamo degustato per ultimo. Tutta la produzione è certificata biologica.

Il Chianti Classico è prodotto con uva di sangiovese (95%) e canaiolo delle piante più giovani e fa un élevage relativamente breve. L’annata 2016 che abbiamo assaggiato si distingue per la fragranza del tratto floreale al naso e la freschezza gustativa che lo rende scattante e estremamente bevibile. Ma è stato sorprendente trovare ancora freschezza e bevibilità nell’annata 2003, la prima prodotta. Se alla vista la tonalità aranciata è evidente, il naso sviluppa un fruttato evoluto di amarena sciroppata, maron glaçée tamarindo insieme a spezie e cuoio e la bocca è saporita e minerale, ma soprattutto viva.

Il Chianti Classico Riserva Campitello è fatto con sangiovese (90%), canaiolo (7%) e colorino (3%) dal vigneto omonimo. È il vigneto più vecchio, situato a 420 m di altitudine, esposto a sud-ovest, su un mix di alberese e galestro, ed è anche il primo ad essere vendemmiato. L’annata 2015 ha carattere estroverso con profumi stratificati di frutta, erbe aromatiche e spezie. L’ingresso in bocca appare sottile, in realtà il vino si espande progressivamente proprio come un Puligny-Montrachet. Acidità e sapidità squisitamente raddesi delineano la personalità del vino che è dotato di tannini dalla trama finissima che si rendono artefici di un ottimo volume di bocca.

Il Baron’Ugo è nato nel 2006, vinificando separatamente l’uva di un vigneto particolare che è quello più alto e l’ultimo a giungere a maturazione. Inizialmente etichettato come Chianti Classico, dal 2012 Michele lo ha collocato (polemicamente) fuori dalla denominazione, non potendo rivendicare la tipologia Gran Selezione, per la quale è richiesto un minimo di 13% alcol per volume. Il Baron’Ugo (Toscana IGT) ha lo stesso uvaggio del Campitello e affina per 3 anni in cantina. L’annata 2015 si presenta con spiccate luminosità e trasparenza e mette in mostra un carattere austero nell’espressione olfattiva, che da un floreale appassito arriva a note minerali importanti, quasi di goudron. Al palato dimostra un’articolazione notevole e i tannini sviluppano una texture raffinata e progressiva che si fonde con un’ottima sapidità. È un vino da conservare in cantina per anni e dà il meglio di sé nella persistenza dopo la deglutizione come un Grand Cru di Pinot noir della Côte d’Or.

Quella del Trebbiano (Colli della Toscana Centrale IGT) è una vinificazione particolare: la fermentazione alcolica inizia in cemento a contatto con le bucce, col 30% di uva non diraspata; dopo 6 giorni, quando la parte solida inizia a alzarsi, il vino viene pressato e separato dalle bucce, per terminare la fermentazione in pièce borgognone non tostate, ma piegate a vapore. Non svolge la malolattica e resta a contatto con le fecce fini per 8 mesi durante i quali si eseguono batonnâge. Dopo una chiarifica il vino è imbottigliato e affina ancora diversi mesi in vetro. L’annata 2016 si presenta con qualche velatura. Ha profumi accattivanti di tè verde, verbena, pera, pesca, scorza d’arancia e propoli, ma altri li svilupperà col tempo. In bocca è un vino solido, con nerbo acido e gustosa sapidità; nella lunga chiusura ricorda quasi un biscotto all’arancia.

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