Perché Nord 2026: quando il Chianti Classico incontra il Carso

L’11 maggio 2026, a Villa Le Corti, ho avuto l’occasione di pensare al concetto di confine. Non quello politico, ma quello che si sente in un bicchiere: il punto esatto in cui un vino smette di essere rappresentativo, prevedibile, e comincia a raccontare qualcos’altro — un margine, uno scarto, un’identità che si definisce proprio perché è ai bordi di qualcosa di più grande.

È il tema di “Perché Nord!”, la degustazione che ogni anno i produttori di San Casciano Val di Pesa organizzano per raccontare la loro Unità Geografica Aggiuntiva — la più settentrionale del Chianti Classico — mettendola a confronto con un altro territorio. Quest’anno l’ospite era il Carso: un altopiano che sta letteralmente sul confine, geografico (tra Italia e Slovenia) e culturale (tra mondo latino e mondo slavo). Due territori di frontiera, distanti centinaia di chilometri, che si sono ritrovati nello stesso momento di degustazione con un’idea comune: raccontarsi attraverso i propri margini.

Non perdo mai l’occasione di assaggiare vini che non conosco e il confronto coi vini nei calici è sempre illuminante.

San Casciano ai suoi confini

L’idea alla base della selezione è quasi geometrica: quattro vini, quattro punti cardinali, tutti presi ai margini della UGA di San Casciano. Non i vini “del centro”, ma quelli che stanno già guardando altrove — verso le colline che segnano il passaggio a un’altra zona. Degustarli in fila è stato un po’ come camminare lungo il perimetro di un territorio invece che attraversarlo al centro.

Si parte da nord con Montesecondo, il Chianti Classico 2023: Sangiovese al 90% con un 10% di Canaiolo, un vino snello, quasi nervoso, che gioca tutto su ciliegia e arancia, con un tannino che non prevarica mai la struttura. È l’ingresso più immediato della batteria, quello che ti mette a proprio agio prima di affrontare i vini più complessi.

Spostandosi a est si trova Luiano, con il suo Tanto di Cappello 2022: un cru di Sangiovese vinificato interamente in orcio di terracotta, senza legno. Qui il frutto si fa più scuro — amarena, mora — con tocchi speziati che arrivano dalla maturazione in terracotta stessa, non dal rovere. Il tannino è morbido, saporito, e la chiusura ha quella nota quasi ferrosa che fa salivare: qualcosa che sa di terra più che di cantina.

A sud, Solatione 2019 porta il tempo in gioco: colore già virato al granato, naso speziato ed evoluto, ciliegia sotto spirito. In bocca è caldo, avvolgente, con tannini ormai integrati e una salinità che allunga il sorso fino a un finale agrumato. Rispetto ai primi due è un vino giusto alla sua piena maturità.

Chiude a ovest La Sala del Torriano, con la Gran Selezione Il Torriano 2021: il vino più “severo” della batteria, toni scuri alla vista e al naso — mora, mirtillo, arancia amara — con una speziatura netta. I tannini sono ben estratti e centrali, l’acidità li rende grippanti, e la chiusura lascia una sensazione di china, quasi amaricante, che invita al sorso successivo più che chiuderlo.

Il Carso: due anime sullo stesso altopiano

Se i vini di San Casciano raccontano un confine interno — i margini di una zona già definita — quelli del Carso raccontano un confine vero e proprio, quello di un altopiano diviso tra il Breg a sud di Trieste e il costone a nord-ovest. È un territorio che si è sempre definito per sottrazione: poca terra, tanta roccia, un clima che alterna bora e mare. E si sente, in modi molto diversi da vino a vino.

Skerk apre con il suo Terreno Venezia Giulia IGT 2021: colore purpureo fitto, profumo fresco di fragola, lampone, melograno, con erba e fiori sullo sfondo. Ma è l’acidità a lasciare il segno — un’acidità quasi tagliente, che ricorda il succo di pompelmo o una susina non ancora matura. Dopo la rotondità dei Chianti appena degustati, è come cambiare stanza.

Con Vodopivec si entra nel territorio più identitario del Carso: la Vitovska Venezia Giulia IGT 2020, vinificata in qvevri interrati per sei mesi e poi affinata due anni in legno. Lo stile ossidativo è evidente già dal colore dorato, e il naso si apre su scorza d’agrumi, mandorla, mela essiccata, fieno, una punta di miele. In bocca resta comunque fresco, con una struttura piena e un accenno di grip che ricorda — non a caso — i tannini dei Chianti visti poco prima.

Skerlj porta il Malvasia del Carso 2022, macerato sulle bucce venti giorni e maturato due anni in botti grandi: dorato con riflessi ambrati, naso di confettura di albicocca, pesca sciroppata, ananas candito. È il vino più “dolce” all’olfatto di tutta la batteria, ma resta secco e morbido in bocca, con una freschezza che tiene tutto in equilibrio.

Chiude Zidarich con il Prulke Venezia Giulia IGT 2021, un uvaggio di Vitovska, Malvasia e Sauvignon macerato venti giorni e affinato in legno. Colore tra il dorato e l’ambrato, naso complesso di composta di mela, pera, noce, miele, tisana. È il vino più strutturato di questa seconda batteria, con un’acidità agrumata alta e un grip tannico marcato che lega tutto — non a caso — a un retrogusto d’arancia: lo stesso frutto che era tornato, sotto forme diverse, in quasi tutti i vini da Sangiovese.

Il filo che resta

Quello che mi porto a casa da questa degustazione non è tanto il confronto diretto tra Chianti Classico e Carso — sono due mondi troppo diversi per reggere un paragone punto per punto — quanto la coerenza dell’idea: sia a San Casciano che nel Carso, i vini hanno infinite sfumature non sempre sintetizzabili con un cliché. Vini che non rappresentano “il tipico” della zona, ma che, proprio perché stanno al limite, raccontano meglio di altri cosa significa avere un’identità territoriale forte.

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