Castell’in Villa: il ricordo di una delle anime più autentiche del Chianti Classico

C’è un angolo del Chianti Classico che, per me, resterà sempre legato a un misto di ammirazione e malinconia: Castell’in Villa. Quando ho saputo che il ristorante ha chiuso i battenti la scorsa estate, ho sentito la necessità di scriverne, non solo per raccontare cos’era, ma anche per rendere omaggio a un luogo che ha significato molto per me e per gli amici con cui l’ho frequentato negli anni.

Un’azienda nel cuore più meridionale della denominazione

Castell’in Villa si trova nella parte più meridionale della zona del Chianti Classico, nel comune di Castelnuovo Berardenga, non lontano da Siena. È una collocazione che non è solo geografica: la parte meridionale della denominazione ha un carattere climatico e paesaggistico che si riflette direttamente nei vini prodotti qui, più strutturati e longevi rispetto ad altre zone del Chianti.

La tenuta ha una storia che affonda le radici alla fine degli anni Sessanta. La Principessa Coralia Pignatelli della Leonessa, greca, e suo marito, un diplomatico italiano, videro per la prima volta la proprietà nel 1967 e la acquistarono l’anno seguente, quando il complesso comprendeva solo un casale del Duecento, con una torre d’avvistamento, e un ettaro di vigneto. Inizialmente doveva essere una residenza in campagna. Da lì a poco furono tuttavia rapiti dal fascino del Chianti Classico e cominciò un’espansione progressiva, guidata da una scelta precisa: eliminare le uve bianche e puntare tutto sul Sangiovese in purezza, seguendo i consigli del Consorzio. Dopo la morte del marito nel 1985, la Principessa Coralia si buttò a capofitto nella cura dei vigneti e nella produzione del vino. Oggi la proprietà si estende su quasi trecento ettari, con circa 50 ettari coltivati a vigneto sui versanti esposti a sud della collina, intervallati da uliveti e boschi. Le bottiglie messe in commercio ogni anno sono 80-100.000 (di cui l’80% vendute all’estero). Questo significa una resa in vino inferiore a 20 hl/ha. Sta forse qui il segreto per fare qualità?

Vini pensati per sfidare il tempo

Chi conosce Castell’in Villa sa che i suoi vini non assomigliano a molti altri Chianti Classico in commercio. Sono vini fermentati in acciaio con lieviti indigeni, lasciati a contatto con le bucce per circa due settimane e poi affinati a lungo (fino a 3 anni) in grandi botti di rovere, secondo il metodo più tradizionale. Fino a qualche anno fa la Principessa Coralia guidava di persona tutte le operazioni in cantina, dopo aver fatto ogni mattina il giro dei vigneti. Il risultato sono vini capaci di un’evoluzione straordinaria nel tempo: la cantina conserva ancora oggi un’annata storica, la Riserva 1971, la prima messa in commercio dall’azienda, diventata leggendaria tra gli appassionati e considerata la prova vivente di quanto questi vini possano durare. Per alcuni anni ha beneficiato anche della consulenza di Giacomo Tachis, che pochi anni prima aveva firmato l’esordio di vini come Sassicaia e Tignanello.

Ho degustato la Riserva 2015 all’anteprima del Chianti Classico nel 2021, praticamente col tempo di invecchiamento di un Brunello di Montalcino Riserva! Queste le mie note di degustazione:

Veste granato tenue. Primo impatto floreale, di violetta appassita, tutto in finezza, ad anticipare ciliegia sotto spirito, sottobosco, anice stellato, accenni di rabarbaro, infine sigaro. Apparentemente sottile, si espande progressivamente grazie all’energia di tannini fini sostenuti da una spalla acida determinante, che traina in lunghezza gli aromi floreali e balsamici. Saporito e gustoso, ma mai pesante. Meravigliosa persistenza di arancia amara. 

Nel 2024 ho assaggiato in anteprima l’annata 2019 del Chianti Classico Castell’in Villa e conservo questi appunti:

Granato luminoso. Olfatto centrato su ciliegia e arancia candite, con tratti floreali e speziati di cannella e chiodi di garofano, infine foglie di tè, con ritorni continui di note fruttate, fra cui anche fragola e albicocca. Media struttura al palato, notevole sapidità e freschezza in equilibrio con l’alcol. Tannini perfetti, una seta, danno spessore senza rallentare la progressione, anzi la spingono in lunghezza con un finale persistente di pompelmo e pepe rosa.

Nello stesso anno veniva presentata anche la Riserva 2017, che ho descritto così:

Colore tenue virante al granato. Naso riccamente espressivo di ciliegia arrostita e tabacco, essenze floreali e boschive, muschio, lavanda, un ricordo di tè al bergamotto. Struttura piena e sapida, dotata di tannini tenaci, come una molla pronta per essere rilasciata. Sono tannini pensati per una lunga evoluzione, maturi e pieni di sapore. Un vino austero che ha carattere da vendere.

Un ultima nota di degustazione che voglio condividere è quella della Riserva 2020, degustata in anteprima nel 2026:

Aspetto luminoso fra il rubino e il granato (oggi in Ais si usa il termine “carminio”). Rosa appassita in esordio al naso seguita da confettura di ciliegia, scorza d’arancia, sensazioni balsamiche di cardamomo e rosmarino — un bouquet perfettamente scandito ed espressivo. Ha struttura slanciata, un’ottima acidità protagonista dello sviluppo gustativo, che evoca note di agrumi. I tannini perfettamente estratti sono fini nella trama e splendidamente combinati con freschezza, sapidità e frutto. Signorile e affascinante come pochi.

È proprio questa l’idea che ha sempre guidato la produzione: fare vini che non cercano il consenso immediato, ma che siano costruiti per attraversare i decenni, restando fedeli a un’interpretazione classica e rigorosa del Sangiovese.

Un ristorante che sapeva accogliere

Accanto alla cantina, Castell’in Villa custodiva anche un ristorante che per anni è stato una delle mie mete preferite nel Chianti, insieme a un gruppo di amici che condivideva la stessa passione. Non era semplicemente un posto dove mangiare bene: era un ambiente accogliente, curato in ogni dettaglio, capace di trasmettere la stessa filosofia che si respirava nei vini della tenuta. La cucina era sofisticata, di una qualità che raramente si trova in contesti così informali e familiari, e ogni piatto sembrava rispettare la stessa attenzione artigianale riservata al vino.

Ci tornavamo spesso, quasi come un rito, ed è per questo che la notizia della chiusura, avvenuta la scorsa estate, ci ha lasciato un vuoto reale. Non è solo la perdita di un indirizzo in più nella lunga lista dei ristoranti del Chianti: è la scomparsa di un luogo che, a modo suo, raccontava una storia coerente, dalla vigna alla tavola.

Un’eredità che resta

Anche senza il ristorante, Castell’in Villa continua a rappresentare una delle realtà più affascinanti e autentiche del Chianti Classico, un punto di riferimento per chi cerca vini fatti con pazienza, in un’epoca che spesso premia la velocità. Restano i vini, la storia della Principessa Pignatelli della Leonessa e di quella scelta radicale di puntare tutto sul Sangiovese; e resta, per chi come me lo ha vissuto, il ricordo di serate passate in un luogo che sapeva essere elegante senza mai perdere calore.

Chiudere questo capitolo fa parte, purtroppo, della vita di molti indirizzi che amiamo. Ma certe esperienze restano, ed è anche per questo che ho voluto scriverne qui.

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